Bjarke Ingels

10 febbraio 2011

Fabrice Debatty Photography

In occasione del ventesimo anniversario del Consiglio europeo degli architetti Bjarke Ingels (1974, fondatore di BIG Bjarke Ingels Group) ha tenuto una presentazione presso il Parlamento europeo di Bruxelles illustrando alcuni progetti sulla falsariga della monografia YES IS MORE. Tra i progetti illustrati c’era anche quello del padiglione danese per l’Expo di Shanghai, la cui descrizione mi è sembrata di grande interesse anche in vista di Expo 2015.

Nella primavera del 2008 siamo stati invitati a partecipare al concorso per il padiglione danese per l’Expo di Shanghai. Prima di affrontare il tema siamo andati all’Expo di Saragozza per farci un’idea di come si progetta (o non si progetta) un padiglione nazionale. Abbiamo passato un’intera giornata camminando tra un padiglione e l’altro e visto come altri avevano affrontato lo stesso tema prima di noi. L’impressione è stata che l’Expo fosse una specie di orgia propagandistica a spese dello stato, ricca di immagine attraenti e slogan accattivanti, ma priva di esperienze reali.

Incuriositi dalla fila di fronte al padiglione tedesco ci siamo presto resi conto che era il risultato della cattiva organizzazione piuttosto che dell’interesse suscitato dal suo contenuto. Un “giro in barca” con un nastro trasportatore in un canale allagato portava i visitatori, come prosciutti appesi in un salumificio, attraverso varie immagini di sorridenti dirigenti d’azienda, giovani ammiccanti e impianti idraulici di qualsiasi natura per celebrare il tema acquatico dell’Expo. Un miscuglio stantio a metà tra una fiera del bagno e una campagna pubblicitaria della sostenibilità.

Il culmine della nostra passeggiata turistica è stata la degustazione di vino di Porto al bar del padiglione portoghese: l’unica esperienza reale della giornata. Allora abbiamo pensato: Perché non trasformare il padiglione danese in una esperienza condensata della vita reale in una città della Danimarca? Non una storia o una immagine, ma un pezzo di realtà vera e propria?

Questa è spesso l’ambizione dei progettisti che poi però si scontrano con oggettive difficoltà e restrizioni. Voi come avete proceduto?

Siamo partiti da alcune considerazioni sul tema della sostenibilità in relazione al motto dell’Expo: Better City – Better Life. Il tema della sostenibilità è spesso oggetto di un malinteso di carattere “puritano” nel senso che “Per far bene, prima deve fare male” ovvero “Non potrai mai più farti lunghe docce calde o volare in vacanza dall’altra parte dell’oceano perché questo non fa bene all’ambiente”. Questo atteggiamento insinua gradualmente la convinzione che vivere in modo sostenibile sia meno divertente che vivere “normalmente”.

E se invece ci concentriamo su esempi nei quali la sostenibilità incrementa la qualità della vita? Esempi di uno stile di vita sostenibile che non sia un sacrificio, ma una piacere?

Poi ci siamo chiesti: “che tipo di contributo potrebbe interessare ai cinesi da parte della Danimarca?” e abbiamo fatto alcuni semplici paragoni tra i due paesi. Un paese tra i più grandi e uno tra i più piccoli. Una economia socialista pianificata e una socialdemocrazia basata sul welfare state. Una nazione il cui simbolo è un drago e una che si riconosce nel cigno – anche noto come brutto anatroccolo allo stato infantile.

La Cina è nota per i suoi poeti, in particolare Li Po, ma per nostra sorpresa nei libri di scuola della Repubblica popolare abbiamo trovato tre fiabe del poeta An Tu Shung, alias Hans Christian Andersen, il poeta danese. A quanto pare ognuno dei 1,3 miliardi di cinesi sono cresciuti leggendo I nuovi vestiti dell’imperatore, La piccola fiammiferaia e La sirenetta. Un frammento di cultura danese impiantato nella cultura cinese.

La più grande attrazione turistica in Cina è la Grande muraglia, l’unico manufatto dell’uomo che può essere visto dallo spazio, mentre la più grande attrazione turistica in Danimarca è la sirenetta che si riesce a vedere a malapena dai battelli turistici.

Sia Shanghai che Copenhagen sono città portuali, ma a scala radicalmente diversa, come pure la scala urbana: autostrade tra i grattacieli da una parte e isolati urbani dall’altra.

D’altra parte la più grande opera architettonica danese – il Teatro dell’Opera di Sidney di Jørn Utzon – è una interpretazione scandinava di una tipologia cinese: tetto a pagoda su un massiccio basamento.

Riflessioni non banali nella loro semplicità, ma come vi hanno portato all’idea di progetto?

Il motivo di ispirazione l’abbiamo trovato confrontando gli sviluppi urbani più recenti di Shanghai e Copenhagen. 30 anni fa Shanghai era caratterizzata da larghi viali intasati di biciclette e c’erano solo due tipi di vettura in circolazione: la Shanghai n°1 e la Shanghai n°2. A seguito del boom economico e dell’esplosiva espansione urbana oggi tutti vogliono un’auto, le strade cono congestionate e le biciclette sono state addirittura proibite in alcune zone della città.

Nello stesso arco di tempo Copenhagen ha incrementato la sua rete di piste ciclabili e ridotto il traffico veicolare. La bicicletta è diventata simbolo della città sostenibile e di un sano stile di vita. Abbiamo sviluppato biciclette di tipo diverso per poter movimentare non solo noi stessi, ma anche i nostri figli e le nostre cose e biciclette a noleggio per i visitatori.

Così abbiamo pensato: perché non rilanciare l’idea della bicicletta come qualcosa di attraente a Shanghai? Porteremo in dono 1001 biciclette che resteranno alla città anche dopo l’Expo. Il visitatore dell’Expo che andrà al padiglione danese a potrà prendere la city bike per visitare la Svezia, la Corea o l’Azerbaigian. Abbiamo iniziato a pensare al padiglione danese come ad una infrastruttura per biciclette, un anello che gira su se stesso come una pista per biciclette.

Abbiamo visto come le due città siano caratterizzate dal porto, ma a Copenhagen le industrie hanno abbandonato da tempo il lungomare. I vecchi siti industriali sono stati trasformati in parchi e l’acqua è tornata pulita da poterci fare il bagno. Uno dei nostri primi progetti è stato proprio un bagno pubblico sulla banchina di Islands Brygge, dove la città si estende fino al mare. Per questo abbiamo proposto di inviare per mare 1 milione di litri d’acqua di mare dal porto di Copenhagen in un container fino a Shanghai. Al centro del padiglione avremmo così potuto creare uno stabilimento balneare dove i visitatori più coraggiosi avrebbero potuto prendere in prestito un costume bianco e rosso e farsi una nuotata nell’acqua del porto di Copenhagen.

Al centro di questo frammento di Copenhagen abbiamo proposto di creare uno scoglio e posizionarci sopra la sirenetta. Non una copia, ma la vera sirenetta (la Cina di copie ne ha già abbastanza).

Il motto di Andersen era “vivere è viaggiare”. Finalmente abbiamo dato vita alla sirenetta!

Se un padiglione nazionale è normalmente luogo di propaganda sovvenzionata, parole vuote e immagini superficiali, in questo modo abbiamo cercato di offrire un’esperienza reale. Dare ai cinesi l’opportunità di guidare una city bike, nuotare nell’acqua danese e vedere la sirenetta che conoscevano dai libri delle elementari.

A colmare l’assenza della sirenetta a Copenhagen abbiamo invitato l’artista cinese Ai Wei Wei a renterpretarne il motivo nel luogo dove normalmente è collocata. In questo modo anche i danesi – che molto raramente fanno visita alla sirenetta (“attrazione da turista cinese…”) per un periodo di sei mesi hanno avuto un motivo per andarci e poi un altro per rivederla al suo ritorno.

Il padiglione in se non è altro che una esposizione lineare che si avvolge su se stessa in un doppio anello con lo “stabilimento balneare” al centro e la pista ciclabile sul tetto. La gente arriva al bagno, attraversa l’esposizione e raggiunge il tetto dove può prendere una bicicletta con la quale attraversare l’ultima parte dell’esposizione e pedalare verso il resto dell’area Expo.

Strutturalmente il padiglione è concepito come una gigantesca trave autoportante a sezione tubolare,  simile allo scafo di una nave in acciaio. La facciata necessita fori per l’illuminazione e la ventilazione dell’interno, ma il grado di perforazione della parete della trave varia a seconda della performance strutturale richiesta nelle sue parti. Di conseguenza la facciata del padiglione è una astratta trama di luce ed ombra che riflette sia il flusso delle persone e delle biciclette che l’attraversano che il diagramma delle sollecitazioni all’interno delle pareti d’acciaio.

Il progetto ha attraversato diverse e curiose vicissitudini nel breve periodo che ha preceduto la realizzazione.

Subito dopo aver vinto il concorso di progettazione ci è stato chiesto di esporre il progetto del padiglione all’Urban Center di Shanghai, ma con nostra sorpresa le autorità della Cina hanno respinto uno dei nostri pannelli di presentazione con tre atti di censura:

1) Avevamo inserito le foto di vecchi membri della direzione del Partito e abbiamo dovuto sostituirli con i membri attuali.

2) Abbiamo mostrato la mappa della Cina senza Taiwan, che è stata automaticamente aggiunta.

3) È stata richiesta la sostituzione del feroce dragone cinese col più mite panda che bruca foglie di bambù.

Sebbene soggetti a effettive limitazioni nella nostra libertà di espressione, alla fine abbiamo trovato quasi divertente il fatto che lo Stato intervenisse perfino nella scelta della mascotte.

Allo stesso tempo in Danimarca, quando si è prospettata l’eventualità del trasferimento della sirenetta in Cina, la stampa popolare ha dato molto risalto alla notizia creando un grande allarme. Come potevamo proporre di inviare il nostro simbolo nazionale in Cina?

Il Partito nazionalpopolare tentò addirittura di far approvare una legge per impedirlo e siamo stati invitati con urgenza a esporre le nostre ragioni di fronte all’Assemblea nazionale. Vista l’affinità del popolo cinese nei confronti di H.C. Andersen e convinti della generosità del gesto, tutti i partiti tranne due si sono presto dichiarati in favore del trasferimento. Solo due partiti sono rimasti contrari: il partito di estrema destra perché avrebbe voluto tenere per sé la sirenetta mentre quello di estrema sinistra ha suggerito di spedire al suo posto una turbina!

Il dibattito finale si è tenuto nella stessa giornata in cui si discuteva il pacchetto di misure per contrastare la minaccia di collasso creditizio globale! Due i temi all’ordine del giorno: dalle 9 alle 11 ”Crisi finanziaria globale: quanti miliardi dovremo stanziare per mettere al sicuro la nostra economia nazionale?”. Dalle 11.30 alle 13.30 “Mandiamo o no la sirenetta in Cina?” la seduta è durata effettivamente due ore di intenso dibattito perché alcuni politici avevano hanno mostrato di avere molto a cuore la questione.

A un certo punto il Presidente del partito liberale ha dichiarato: “La fiaba La sirenetta è la storia di chi lascia la propria casa per andare incontro ad un nuovo mondo, unire due culture e forse più di ogni altra cosa è la storia di chi crede che dando al prossimo una parte di sé si riceverà molto di più in cambio”. Eravamo riusciti a trasformare la politica in poesia.

Alla fine l’assemblea ha deliberato di “affidarci” la sirenetta che da Maggio a Dicembre del 2010 è rimasta seduta sul suo scoglio, ma a Shanghai invece che a Copenhagen, tra bambini che sguazzavano in acqua.

Che impressione avete avuto dell’Expo di Shanghai. Ritieni che un evento del genere sia ancora attuale? Per quali finalità?

In preparazione del progetto per l’Expo avevo letto il libro di Erik Larson “The Devil in the White City: Murder, Magic, and Madness at the Fair That Changed America” dove si descrivono i preparativi dell’esposizione universale di Chicago del 1893 che seguiva l’incredibile successo di quella del 1889 a Parigi per la quale, tra le altre cose, era stata realizzata la torre Eiffel. Leggendolo mi sono reso conto che l’attrazione e lo scopo principale delle esposizioni universali di allora era dare l’opportunità alla gente di essere a contatto con la realtà di paesi che non avrebbero mai potuto visitare né di vedere su media come il cinema o la TV che non esistevano ancora. Si trattava letteralmente di una esposizione del mondo a persone che non avrebbero potuto vederlo altrimenti. In questo senso l’Expo è certamente piuttosto superata – ma l’eredità di Parigi e della torre Eiffel fu quella di mostrare le potenzialità delle costruzioni in acciaio – diventando un’icona delle infrastrutture e dei grattacieli del diciannovesimo e ventesimo secolo. Chicago non ha lasciato una eredità paragonabile a questa  – ma il suo impatto si può addirittura definire più ampio. La “torre Eiffel” di Chicago non è rimasta, ma è stata copiata e trasformata in mille versioni in tutte le parti del pianeta. Molte città tra le quali ad esempio Londra, Vienna e Parigi hanno infatti una grande ruota panoramica, inventata da George Ferris jr. in occasione dell’Expo di Chicago, una nuova tipologia di infrastruttura che combina un programma sociale con una nuova tecnologia.

Difficilmente si possono immaginare due contesti così differenti come Shanghai e Milano di questo inizio secolo. È possibile trarre qualche suggerimento dall’esperienza del 2010 per l’Expo del 2015?

La città bianca (Chicago ndr) divenne un laboratorio sperimentale per un modello urbano e architettonico che esercitò la sua influenza su molte città americane negli anni a venire. In questo senso le esposizioni universali possono ancora essere attuali per l’introduzione e l’utilizzo di nuove tecnologie allo scopo di creare nuove tipologie urbane ed architettoniche per il futuro della città. L’Expo potrebbe ad esempio costituire un test per un nuovo masterplan – nuovi modelli urbani destinati all’area temporaneamente adibita a esposizione. Come è successo a Malmø con Bo01, un quartiere sul lungomare dal sapore quasi medievale che è nato come sito espositivo e area di sviluppo urbano. Probabilmente questa opportunità non stata colta a Shanghai dove – a parte la brillante e fantasiosa singolarità di alcuni padiglioni – in termini di masterplan e di eredità per il futuro l’Expo non ha lasciato molto. Direi che Milano può imparare da Malmø piuttosto che da Shanghai nel senso che lo sforzo monumentale può lasciare un’eredità che va oltre le invenzioni e le idee replicabili altrove, nell’impronta che può dare al tessuto urbano in vista del dopo.

Uno dei tuoi progetti più premiati è il cosiddetto “Mountain dwellings”, una ibridazione tipologica piuttosto azzardata tra un parcheggio multipiano e un edificio residenziale. Credi che siamo pronti a vivere sopra a parcheggi, tra supermercati ed aeroporti, in quelli che vengono definiti “non-luoghi”?

Parcheggi, supermercati, luoghi di lavoro e residenze costituiscono la maggior parte del nostro ambiente di vita. Sarebbe un grave errore considerarli non luoghi anche se spesso vengono considerati spazi di risulta ai margini della vera architettura che si esprimerebbe solo nei centri storici e nei monumenti pubblici. La vera sfida per gli architetti è quella di osservare il comportamento delle persone nella loro vita quotidiana e trovare modi per rendere più semplici i loro movimenti, le loro transazioni sociali ed economiche allo scopo di elevarne al massimo la qualità della vita. Per questo invece di considerare il parcheggio una zona concettualmente morta – o un non luogo urbano – l’abbiamo trasformata in una montagna artificiale – capace di elevare gli appartamenti verso l’aria e la luce del sole – trasformando la tradizionale sovrapposizione di appartamenti tutti uguali in una collina di case con giardino. Ogni volta che ci capita di aver a che fare con qualcosa che è considerato al di fuori dell’ambito della vera architettura sappiamo di avere l’opportunità di inventare nuove qualità, nuove ibridazioni urbane, di trasformare non-luoghi in luoghi attraenti.

La grande dimensione e la localizzazione periurbana collega l’appena terminata “8 House” ai grand ensemble degli anni ’60 e ’70, pur introducendo sostanziali variazioni. Quali sono i ragionamenti che vi hanno fatto optare per un isolato di queste dimensioni? Come sono le reazioni delle famiglie che vi si sono trasferite ad oggi?

In realtà l’edifico non è di dimensioni così grandi, a confronto con altre costruzioni contemporanee – sono solamente 60.000mq. E non si tratta neppure di una collocazione suburbana, quanto piuttosto lo stadio iniziale di uno sviluppo urbano che è stato temporaneamente sospeso a causa della crisi finanziaria globale – e che si sta riprendendo solo adesso. Per questa sembra ancora una portaerei in un mare di prati verdi – in 5-10 anni sarà circondata da isolati urbani su ogni lato.

Ad ogni modo quello che abbiamo cercato di fare è di abbracciare la scala dell’intervento invece di scomporlo in elementi che lo facessero apparire più piccolo. Questo ci ha permesso di evitare la tradizionale restrizione della vita pubblica e degli incontri casuali al piano terra e di ottenere un mix di vicinato con case a schiera, ville urbane, a terrazza, appartamenti, negozi, uffici e servizi pubblici che sfrutta lo spazio urbano in tre dimensioni. Se visiti oggi la 8-House  la mancanza di un contesto urbano è compensata dalla varietà urbana al suo interno, dove le persone sono stimolate ad interagire nella configurazione tridimensionale dell’isolato. A volte l’architettura è disegnata per essere osservata da una certa distanza come un oggetto architettonico. In questo caso la 8-House è disegnata come uno spazio urbano per essere esplorata dall’interno.

Intervista pubblicata nel Febbraio 2011 su AL 11/12 Bjarke Ingels x AL e nella sua versione originale in inlese su www.welldesignedandbuilt.wordpress.com

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